Quando le mani si portarono, da sole, sul cuore ormai guasto, la voce suggellò la scelta: “Eccolo, finalmente!” .
La ragazza era un patchwork di iuta e puzzava a tal punto che, perfino la madre che vendeva ceci, ma solo di domenica, l’aveva ripudiata, nascondendola in un sacco di iuta, per disperderne gli odori.Meschina fanciulla occultata. I suoi capelli? Santo Cielo: erano di pura canapa. Stopposi e nodosi. Povera Canny Jute! La sua vita era destinata a sfilarsi, tra un ponte e la sua acqua corrente. L’azione di un salto ed il movimento del cosmo. L’atto venne inscenato nella sacralità del buio. Canny salì sul parapetto del ponte prescelto e si librò nella notte, senza esitazione, pensando a se stessa come ad un sacco di legumi della domenica, buttato a forza su di un carro. Per il primo secondo la gravità fece il proprio dovere. Successivamente la natura e le sue fibre presenziarono nuovamente la tragedia. La ragazza era andata incontro alla sua risoluzione, dopo aver accuratamente raccolto le particolari chiome in due folte trecce. Una di queste si impigliò in un balaustro del ponte, trattenendo il grottesco fardello. Sospesa nel vuoto, Canny venne tratta in inganno dalla notte mite, che le infuse coraggio e forza. Inutile a dirsi quanto rimase al ponte della malcapitata, quando questa aveva ormai toccato terra. L’acqua, per una improvvisa e rara congiunzione astrale, era stata totalmente assorbita dal suolo, placandone l’arsura. La ragazza si ricompose, accertandosi dell’interezza di quella corazza naturale e maleodorante. Solo allora capì quanto fosse dura la sua fibra ed apprezzò le cortecce degli alberi. Alzò lo sguardo sopra di sé e vide il vento accarezzare quelli che erano stati i suoi temuti capelli. La luna li fece d’argento e belli come mai erano stati. Poi si accorse di lei e lanciò un guizzo di luce sulla sua ritrovata testa ormai spoglia. Si accarezzò finalmente la nuda nuca, sorrise al nulla e vi si accostò con nuovo ottimismo. La morte porta consiglio e fu così che Jute risolse metà dei suoi problemi.
La ragazza era un patchwork di iuta e puzzava a tal punto che, perfino la madre che vendeva ceci, ma solo di domenica, l’aveva ripudiata, nascondendola in un sacco di iuta, per disperderne gli odori.Meschina fanciulla occultata. I suoi capelli? Santo Cielo: erano di pura canapa. Stopposi e nodosi. Povera Canny Jute! La sua vita era destinata a sfilarsi, tra un ponte e la sua acqua corrente. L’azione di un salto ed il movimento del cosmo. L’atto venne inscenato nella sacralità del buio. Canny salì sul parapetto del ponte prescelto e si librò nella notte, senza esitazione, pensando a se stessa come ad un sacco di legumi della domenica, buttato a forza su di un carro. Per il primo secondo la gravità fece il proprio dovere. Successivamente la natura e le sue fibre presenziarono nuovamente la tragedia. La ragazza era andata incontro alla sua risoluzione, dopo aver accuratamente raccolto le particolari chiome in due folte trecce. Una di queste si impigliò in un balaustro del ponte, trattenendo il grottesco fardello. Sospesa nel vuoto, Canny venne tratta in inganno dalla notte mite, che le infuse coraggio e forza. Inutile a dirsi quanto rimase al ponte della malcapitata, quando questa aveva ormai toccato terra. L’acqua, per una improvvisa e rara congiunzione astrale, era stata totalmente assorbita dal suolo, placandone l’arsura. La ragazza si ricompose, accertandosi dell’interezza di quella corazza naturale e maleodorante. Solo allora capì quanto fosse dura la sua fibra ed apprezzò le cortecce degli alberi. Alzò lo sguardo sopra di sé e vide il vento accarezzare quelli che erano stati i suoi temuti capelli. La luna li fece d’argento e belli come mai erano stati. Poi si accorse di lei e lanciò un guizzo di luce sulla sua ritrovata testa ormai spoglia. Si accarezzò finalmente la nuda nuca, sorrise al nulla e vi si accostò con nuovo ottimismo. La morte porta consiglio e fu così che Jute risolse metà dei suoi problemi.